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martedì 16 febbraio 2016

Ratto di Proserpina, Gian Lorenzo Bernini, Galleria Borghese - Roma


Ratto di Proserpina

L'opera di Bernini coglie l'azione al culmine del suo svolgimento e offre all'osservatore il massimo del pathos: le emozioni dei personaggi sono infatti perfettamente rappresentate e leggibili attraverso la gestualità e l'espressività dei volti. Plutone è contraddistinto dai suoi attributi regali (la corona e lo scettro), mentre, dietro di lui, il cane Cerbero controlla che nessuno ostacoli il percorso del suo padrone, girando le sue tre teste in tutte le direzioni. Proserpina lotta inutilmente per sottrarsi alla cattura di Plutone spingendo la sua mano sul volto del dio, il quale, invece, la trattiene con forza, affondando letteralmente le sue dita nella coscia e nel fianco della donna. Con questo dettaglio, attraverso cui Bernini ha reso la morbidezza della carne di Proserpina, lo scultore ha dimostrato il suo stupefacente virtuosismo. 




venerdì 1 maggio 2015

L'orologio Planetario.

L'Orologio Planetario ritrovato.

L’orologio planetario di Macerata è un immenso quadrante blu a cerchi concentrici, che indica l’ora, le fasi lunari e il movimento dei corpi celesti.

Quello che da oggi ha ripreso a battere sulla torre civica, dopo 133 anni di attesa, e’ la copia perfetta dell’orologio realizzato nel 1571, dai fratelli Ranieri di Reggio Emilia. 
“Questo e’ il più’ bello del mondo”, ha detto commosso l’artigiano mantovano, che aveva già fatto ripartire due orologi astronomici, quello di piazza delle Erbe a Mantova e quello dei Mori a Venezia. Una pazienta messa a punto di quattromila pezzi per un diametro di tre metri: una serie di ingranaggi estremamente sofisticata, che danno vita a un vero e proprio spettacolo armonico, all’interno del quale tutto deve tornare con precisione. 
L’orologio planetario di Macerata e’ un immenso quadrante blu a cerchi concentrici, che indica l’ora, le fasi lunari e il movimento dei corpi celesti, e poi le due porticine da dove escono l’angelo con la tromba che annuncia i tre magi, sovrastate dalla nicchia con il cielo stellato dove trova posto la madonna con il bambino. Sei diversi treni di movimento governano le complesse operazioni della macchina oraria: l'azionamento del carillon, i colpi che scandiscono le ore e le mezzore, l’uccello Cesare che fa suonare la piccola campana, il carosello della giostra con l’angelo e i re magi, l’avanzamento della lancetta nel quadrante orario, i movimenti dei dischi dei corpi celesti e del drago. E’ proprio quest’ultima funzione, la possibilità cioè di visualizzare il moto apparente dei corpi celesti attorno alla terra, a fare di questo dispositivo un esemplare unico tra gli orologi da torre rinascimentali. Per ricostruirlo, nel ventunesimo secolo, e’ stato necessario un investimento di circa 800mila euro per poco più di un anno di lavoro, che ha coinvolto anche l’università di Macerata e il museo nazionale di storia della scienza di Firenze.








giovedì 30 aprile 2015

Il Museo di Palazzo Vecchio

Il Museo di Palazzo Vecchio

Da oltre sette secoli il Palazzo della Signoria, più noto come Palazzo Vecchio, è il simbolo del potere civile della città di Firenze. Eretto tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo per ospitare i Priori delle Arti e il Gonfaloniere di Giustizia, il supremo organo di governo della città, nel corso del tempo è stato oggetto di numerosi interventi di ampliamento e trasformazione. Il suo aspetto attuale si deve in massima parte alle grandiose opere di ristrutturazione e decorazione degli interni che vi furono eseguite nei decenni centrali del XVI secolo, per adeguarlo alla nuova funzione di reggia ducale alla quale Cosimo I de’ Medici lo aveva destinato. Dopo il trasferimento della corte medicea a Palazzo Pitti continuò a ospitare la Guardaroba e vari uffici governativi, finché nel 1871 divenne la sede del Comune di Firenze.

Il Museo di Palazzo Vecchio da oggi entra in Google Art Project, mettendo a disposizione 147 immagini rappresentative dell’intero percorso museale, tutte ad alta risoluzione. Sarà così possibile esplorare i dettagli dei maestosi dipinti del Salone dei Cinquecento, delle straordinarie mappe della Sala delle Carte geografiche, dei raffinati particolari della Cappella della Duchessa Eleonora di Toledo o della sala delle Udienze, simulando un vero e proprio percorso in Palazzo, complementare alla visita in loco. Il pubblico virtuale del museo potrà osservare particolari che il pubblico “reale” non arriva a scorgere a occhio nudo: è l’esempio del Salone dei Cinquecento, i cui dipinti del soffitto (posti a oltre venti metri di altezza) potranno essere apprezzati grazie al progetto in tutti i loro dettagli, offrendo uno sguardo inedito utile agli studiosi quanto agli amanti dell’arte. Altro esempio degno di nota è costituito dalle tavole della Sala delle carte geografiche, che i visitatori on line potranno esplorare immaginando un viaggio nel mondo conosciuto nella seconda metà del Cinquecento – dall’India al Madagascar, dal Brasile all’Indonesia – ritrovando le proprie città, le proprie terre e i propri paesi: un’occasione unica per innescare un dialogo vivo e vivace tra le testimonianze della storia e il pubblico mondiale. 














lunedì 13 aprile 2015

Fari Italiani messi all'asta.

I bellissimi fari del sud 
che lo Stato ha messo in vendita.

L’Agenzia del Demanio ha annunciato la dismissione di un ‘pacchetto’ di fari, destinati alla concessione, che sono stati messi all’asta tra settembre e dicembre del 2014. Si tratta del faro di Capo d’Orso (Sardegna), il faro di Domus de Maria (Sardegna), di Capo Comino (Sardegna), di Ustica (Sicilia), Augusta (Sicilia), Levanzo (Sicilia) e di Ischia (Campania).

Difficile stimarne il valore. Molti i vincoli e le prescrizioni per l'acqusito. Nessuno sogni di farci quello che gli pare. Intanto si è venduta la concessione di superficie, e non la proprietà, anche se per un lungo periodo (in alcuni casi 50 anni, in altri i canonici 99 anni).









domenica 19 ottobre 2014

Scoperta per caso una moschea in casa: si rivela il rifugio di un “mago”.

Avevano una «moschea» in casa: 
si rivela il rifugio di un “mago”
Sotto la vernice scrostata, raschiando mura farinose, picchettando su duecento anni di intonaci sovrapposti e sbucciando l’ultimo strato provò un sussulto il muratore all’opera nella vecchia catapecchia col tetto sfondato e la terrazza sul cuore della Palermo antica. Perché non avrebbe mai immaginato di scoprire con le sue dita impastate di calce, al terzo piano di quella malandata palazzina di via Porta di Castro, una parete blu con incomprensibili orientaleggianti ghirigori. Fu lo stesso sussulto di Giuseppe Cadili e Valeria Giarrusso, i giovani sposi che avevano comprato la casa da ristrutturare e che adesso ricordano quel giorno con emozione. Seppure quel giorno, ignorando cosa realmente celassero le pareti e dovendo fare i conti con finanze ridotte, decisero di dare precedenza al tetto sfondato, ai pavimenti, al resto dell’appartamento. Passarono così quasi sei anni prima di rimettere mano con un vero esperto, il professore Franco Fazzio, all’ultima stanza di passaggio fra lo studio e il disimpegno con la scala che porta alla terrazza mozzafiato su Palazzo dei Normanni circondato da mercati e cupole di Palermo. 

Ed infine ecco venir fuori, sullo sfondo blu, iscrizioni arabe, versetti musulmani e disegni di richiamo islamico. Una sorta di «moschea blu» come fu subito battezzata da studiosi di storia e costumi locali alternatisi in un via vai di visite fra un ammaliato Vittorio Sgarbi, un incuriosito presidente della Lega islamica, Sekander Al Khotani, diversi arabisti e così via. Tutti a cercare di decodificare le iscrizioni datate Ottocento. Nella Palermo dominata mille anni fa dagli arabi, nella città abitata fino a un paio di secoli fa da tanti commercianti egiziani o tunisini, l’ipotesi dello stupefatto Sgarbi fu che la stanza-moschea, come possibile luogo di preghiera e devozione ad Allah, costituisse comunque «il simbolo perfetto dell’eterna presenza araba in Sicilia e della sua vocazione interculturale». Felici davanti al loro piccolo Tancredi che a 4 anni corre fra le maioliche di pavimenti ricostruiti come nelle case del Settecento siciliano, sotto volte affrescate con straordinari disegni liberty rimasti miracolosamente intatti nei saloni risparmiati dal disastro. E fra paesaggi bucolici, rovine, scorci di verdi campagne, fiumi blu, ricomposti riproducendo le poche mattonelle trovate dopo il saccheggio degli anni. Fra studio, salone e sala da pranzo, vola col triciclo il piccolo Tancredi, fermandosi però sulla soglia dell’area off limit, appunto, la moschea, la camera turca, la stanza delle meraviglie, come è stata ribattezzata tante volte. 

Finché, dopo mesi di studi, tre esperti dell’Università di Bonn, un arabista, una archeologa e un iranista ribaltano adesso ogni precedente ipotesi. Stabilendo che quello fu luogo segreto di un occultista, un ambiente massonico dove attivare pratiche esoteriche. Tutto di nascosto, appunto in casa, perché proibito (allora come oggi) dall’Islam. Sconvolgente tesi codificata in una ancora inedita relazione firmata a Bonn da Serjun Karam, arabista e poeta, insegnante di arabo presso l´Istituto di lingue orientali e asiatiche, IOA (Institutfürorientalische und asiatischesprachen), Chiara Riminucci-Heine, archeologa e iranista, Sebastian Heine, iranista e specialista per le lingue orientali, entrambi dottori di ricerca nella sezione IOA su Islam e oriente (Islamwissenschaft und Nahostsprachen). Certi che quella stanza fosse «una camera magica, il laboratorio segreto di un occultista», spiegano così la ripetizione di due simboli, «di due ‘turga’» sui muri: «Per imprigionare le forze magiche e impedirne la fuga dalla stanza...». Il mix di magia, massoneria e Islam forse sorprenderà, ma i tre docenti sono certi: «É sempre stato molto rigoroso l’Islam nei confronti dell’esoterico. Più volte perseguitati gli insegnamenti segreti perché ritenuta eretica l’invocazione di forze divine...». 
Un mistero che non inquieta Giuseppe e Valeria: «Per noi resta una stanza di meditazione dove scrivere, ascoltare musica, leggere un libro, comunque senza alcolici, né vino né birra...». Un riguardo. Trasmesso al piccolo Tancredi che conosce il confine da non oltrepassare col suo bolide a tre ruote. Fermandosi sotto il quadro di Santa Rita, donato a Giuseppe Cadili dalla madre, la signora Tanina, 87 anni, sconvolta dieci anni fa davanti alle macerie, quando la casa fu acquistata, convinta che il figlio fosse impazzito, buttando via i risparmi di una vita, pronta a pregare, adesso certa che «a salvarlo sono state le preghiere all’avvocata dei casi impossibili...». Sorride il figliolo davanti alla Santa, pure lei effigiata su una maiolica siciliana esposta fra storici cimeli di famiglia. Accanto alla valigia di cartone di emigranti come il padre, Nino Cadili, approdato nel 1910 in Argentina, ma rientrato per la Grande guerra, per combattere nel suo Paese. Accanto alla valigia, la bicicletta di allora. E nello studio una storica Singer a pedali, la macchina da cucire della bisnonna. Stessa epoca del monumentale orologio a pendolo che guarda il teatrino dei pupi ad altezza uomo in una casa, un po’ museo un po’ bazar, zeppa di storia e di giocattoli, lassù al terzo piano di via Porta di Castro dove, ormai, bussano tanti palermitani e tanti turisti incuriositi non solo dalla camera blu. 

di Felice Cavallaro








Matera capitale europea della cultura 2019.

“Open Future”: Matera capitale europea della cultura 2019.

La Commissione europea ha scelto la città della Basilicata come capitale della cultura europea per il 2019. Una decisione dal forte valore simbolico: si incoraggia il Meridione, e con esso tutto il Paese, a fondare la sua rinascita sul nostro straordinario patrimonio artistico e naturale.

Lo slogan scelto è "Open Future". Diversi gli obiettivi individuati nel dossier: la cultura come propellente per pensare a un futuro aperto; rafforzare una cittadinanza culturale ampia, aperta e diversificata che sia parte attiva del programma culturale; incrementare il capitale relazionale e connettivo internazionale della città; importare un programma di capacity building a livello sistemico che riguardi gli operatori socio-culturali e la pubblica amministrazione della Basilicata; realizzare infrastrutture culturali utili, rilevanti e sostenibili; rafforzare la visibilità e il posizionamento turistico internazionale della città; Open Future: rafforzare la leadership di Matera nella scena "Open" del Mezzogiorno e dell'Europa.













domenica 15 giugno 2014

Dieci anni senza Alberto Sordi.

Il giorno 15 giugno 1920 (94 anni fa) nasceva:
Alberto Sordi (attore)

Alberto Sordi non c’è più da dieci anni, ma la sua eredità come artista e uomo non si è certo esaurita. Alberto è diventato il patrimonio di noi italiani, e continua ad essere amato nonostante lo scorrere del tempo e delle generazioni.

Qui un elenco della sua vita e carriera cinematografica: http://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_Sordi 


sabato 10 maggio 2014

Biblioteca apostolica vaticana, storia.

Biblioteca apostolica vaticana

La Biblioteca apostolica vaticana è la biblioteca che la Santa Sede ha organizzato e curato in Vaticano a partire dal Quattrocento; possiede una delle raccolte di testi antichi e di libri rari fra le più importanti al mondo.

La documentazione storica attesta l'esistenza nel IV secolo di uno Scrinium, che doveva essere sia la biblioteca sia l'archivio della Chiesa latina, mentre un documento del 784 (sotto il pontificato di Adriano I) parla del bibliothecarius Teofilatto. Lo Scrinium papale andò comunque disperso nel XIII secolo e le successive raccolte librarie, di cui esiste un inventario realizzato durante il papato di Bonifacio VIII (1294-1303), subirono gravi perdite dopo la sua morte in seguito ai continui spostamenti (a Perugia prima, poi ad Assisi e infine ad Avignone). In Francia, Giovanni XXII (1316-1334) avviò una nuova biblioteca, in parte confluita nel Seicento in quella della famiglia Borghese e ritornata con questa nel 1891 alla Santa Sede.

Fu l'umanista e bibliofilo Tomaso Parentucelli (papa dal 1447 al 1455 con il nome di Niccolò V) il primo a concepire l'idea di una biblioteca moderna, realizzando una consistente raccolta di antichi codici e liberalizzandone nel 1451 la consultazione a studiosi ed eruditi in una sala al pianterreno del Vaticano annessa al cosiddetto Cortile dei pappagalli. Passata dai 350 codici della biblioteca avignonese ai 1200 registrati alla morte di Niccolò V, quella collezione costituì il primo nucleo della futura biblioteca.

L'istituzione ufficiale della Biblioteca apostolica vaticana risale infatti a papa Sisto IV e alla bolla Ad decorem militantis Ecclesiae del 15 giugno 1475. Subito dopo, il 18 giugno, ebbe inizio l'attività del suo primo gubernator et custos: il precettore umanista Bartolomeo Sacchi, detto il Plàtina dal suo paese natale Piadena, da cui dipendevano tre collaboratori e un legatore. La nuova biblioteca raccolse i manoscritti, i codici, i fondi, le raccolte di Sisto IV e dei suoi predecessori: 2500 opere (divenute 3500 sei anni dopo), distribuite in quattro sale (la Bibliotheca Latina e la Bibliotheca Graeca per i testi nelle rispettive lingue, la Bibliotheca Secreta per quelli esclusi dalla consultazione e dal prestito esterno, la Bibliotheca Pontificia che fungeva da archivio) decorate con un ciclo di pitture realizzate da Melozzo da Forlì, Antoniazzo Romano e dai fratelli Domenico e David Ghirlandaio.

La nascita

La sua finalità è stata ricordata da papa Paolo VI nel Discorso nel V centenario della Biblioteca Apostolica Vaticana:[1] la biblioteca "veniva dotata, cioè, di un abbondante e prezioso, anzi inestimabile, patrimonio librario, per metterlo a disposizione degli studiosi, nelle diverse fasi della consultazione, della lettura, del riscontro e della sintesi conclusiva".

La nuova sede

Un secolo dopo, la sede iniziale risultò inadeguata a contenere tutto il materiale continuamente accresciuto dai pontefici con nuove acquisizioni e con l'avvento dei libri a stampa. Così, fra il 1587 e il 1589, papa Sisto V commissionò all'architetto ticinese Domenico Fontana la costruzione di un nuovo edificio (il braccio trasversale attraverso il cortile del Belvedere) nel quale i volumi furono sistemati in armadi appositamente predisposti e dove, al piano più alto, si ricavò il Salone Sistino, un'enorme aula a due navate totalmente decorate che, con i suoi 70 metri x 15, risultò la più lunga al mondo. Ivi rimasero fino al pontificato di Leone XIII (1878-1903). Ora (2010) la biblioteca è in fase di parziale ristrutturazione per un riordino più moderno per rendere più comodo il lavoro esplorativo degli studiosi che annualmente (dati del 2007) accedono alla biblioteca. È in fase di realizzazione (2010) anche la digitalizzazione dell'immenso patrimonio di manoscritti.

La biblioteca si arricchì in seguito di molteplici collezioni bibliografiche. Nel XVIII secolo sorsero le collezioni antiquarie e artistiche, cominciando con il medagliere (1738). Nel 1755 si aggiunsero tre raccolte di oggetti appartenenti all'antichità cristiana, in maggior parte provenienti dalle catacombe romane.